Olimpiadi di Città del Messico 1968

Olimpiadi di Città del Messico 1968

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L’olimpiade dei diritti civili: Città del Messico 1968

Le Olimpiadi rappresentano una delle manifestazioni sportive più importanti di sempre, in cui tutti gli sport professionistici figurano e sono protagonisti in senso assoluto e forse per tutti gli sportivi uno dei periodi dell’anno in cui non si dovrebbero prendere impegni. Ogni quattro anni, vengono organizzate dal comitato internazionale olimpico noto come CIO, fondato dal barone de Coubertin in Francia, nel 1894.
Ogni nazione,” – direbbe qualcuno come citazione – “grazie ai suoi atleti può far valere le sue abilità sportive, il suo talento, e scrivere il proprio nome nel firmamento dei campioni olimpici”. Questo sulla carta è quello che ci hanno insegnato a scuola. Poi giri l’angolo, cambia la prospettiva e capisci che in realtà ciò che interessa gli organizzatori è tutt’altro: il denaro, i piazzamenti  e anche il numero delle medaglie del metallo più pregiato.  Con uno spirito più autentico e puro, rarità al giorno d’oggi, un giornale potrebbe titolare così l’inizio di un evento importante come un’olimpiade: le nazioni del mondo, attraverso i suoi atleti, si sfidano, la tenzone è sfida vera tra atleti e alla fine vince il migliore. Ad Agosto, comunque, ci si vede o non ci si vede, l’olimpiade si farà!

La storia in pillole di quell’olimpiade: Città del Messico 1968

Lasciamoci alle spalle la polemica e dunque andiamo a ripercorrere con la mente una storica edizione di un olimpiade, la XIX in particolare, quella del 17 ottobre 1968 a Città del Messico, che molti sportivi ricorderanno per la foto del pugno alzato di Tommy Smith e John Carlos durante la premiazione della finale dei 200 m. In quell’edizione, lo sport olimpico rappresentò un’importante occasione per il riscatto della comunità nera americana, dopo che mesi prima era stata pesantemente colpita da una serie di attentati, primo fra tutti quello dell’attivista politico, Martin Luther King, ucciso a Memphis il 4 aprile 1968, e poi la strage nella Piazza delle tre culture, una piazza di Città del Messico, avvenuta dieci giorni prima dell’inizio dell’olimpiade, il 2 ottobre 1968, dove persero la vita circa 300 manifestanti. Una scia di sangue, che avrebbe accompagnato l’evento sportivo mondiale e rotto per sempre l’equilibrio sottile tra le razze nel mondo e nel continente americano. Prima della manifestazione moltissimi atleti non volevano partecipare per solidarietà verso tutte le vittime degli attentati. I due atleti di colore americani, Smith e Carlos, che appartenevano al progetto olimpico dei diritti civili, parteciparono e vinsero la finale, arrivando rispettivamente primo e terzo. Smith batté il record assoluto della distanza fermando il tempo a 19” 83. Il record, per la cronaca, poi fu superato da Pietro Mennea proprio sulla stessa pista durante le Universiadi del 1978. Sul podio della finale dei 200 m, insieme agli atleti americani, c’era anche un atleta australiano, Peter Norman, che arrivò secondo e per solidarietà si mise sul petto la coccarda del progetto olimpico dei diritti civili. Al momento della premiazione i due atleti afroamericani alzarono il pugno guantato di nero per rappresentare l’orgoglio dei neri americani. Una foto, questa, che diventerà il simbolo della lotta e della solidarietà per i diritti civili. Lo sport in quell’occasione, accoglieva i lamenti e il grido unanime di milioni di persone impegnate nella difficile lotta dei diritti civili.

Purtroppo la storia non si dimentica e il dolore non può essere coperto da nessuna vittoria. Le manifestazioni sportive, come ad esempio un’olimpiade, che richiamano su di sé l’attenzione mediatica di tutto il mondo sportivo e non, possono e devono far riflettere il pubblico e cercare di renderlo migliore. Non possiamo più pensare ad un mondo chiuso dove ognuno pensa ai propri interessi, ma al contrario, ad una terra comune in cui tutti possano socializzare e vivere. Parafrasando de Coubertin: “L’Olimpiade farà comprendere il concetto di patria internazionale, un concetto che pone le radici nel rispetto di tutti i Paesi”.

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