Muhammad Ali, danzare come le farfalle e pungere come api

Muhammad Ali, danzare come le farfalle e pungere come api

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cassius clay vs liston 1965

Muhammad Ali, al secolo Cassius Clay è morto domenica 5 giugno 2016 all’età di 74 anni.

Anche sul blog non poteva non esserci lo spazio per ricordare il mito del pugilato Muhammad Ali, al secolo Cassius Clay che è morto domenica 5 giugno 2016 all’età di 74 anni. Certo è stato detto tutto e il contrario di tutto su di lui. Non poteva essere altrimenti. I giornalisti sportivi hanno fatto egregiamente il loro dovere di cronisti lasciando ai posteri e agli sportivi più giovani, la qualità più importante che aveva: era il più grande pugile che abbia messo piede su un ring. Per una volta tutti sono stati d’accordo nell’affermare una verità così chiara e semplice. Anche sui social nessuno ha provato a dargli torto.

Era nato in un ghetto, nei bassifondi di Louisville e gli misero il nome di un tribuno romano, Cassius, che rappresentava la plebe, il ceto più basso della società romana che aveva diritti, il 17 gennaio 1942. Tuttavia il campione della boxe a livello planetario sarà conosciuto non come Cassius Clay ma come Muhammad Ali, perché cambiò nome per aderire alla nazione dell’islam. Nella sua carriera di pugile, ha battuto tutti i più grandi pesi massimi dell’epoca, dal 60 al 75, da Liston a Frazier e ultimo Foreman in un match che fece la storia della boxe. Quell’incontro fu disputato a Kinshasa, capitale dello Zaire il 30 ottobre 1974. Foreman era in pratica il nuovo campione e forse il più forte pugile dal punto di vista fisico, imbattuto da 40 match con 37 k.o. Forse non avrebbe vinto l’incontro se avesse combattuto con la sola forza e la potenza dei colpi, allora Ali mise in atto una strategia fatta di colpi agili e strategici, chiamata “Rope a dope”, ovvero rimanere alle corde con la guardia chiusa per impedire all’avversario di colpire il volto e sfiancandosi con il suo stesso ritmo. Al di là dei meriti sportivi che ovviamente riscuotono un grande successo e risultati sportivi con la esse maiuscola – una medaglia d’oro olimpica a Roma e tre titoli vinti nella categoria dei massimi – noi che siamo appassionati di sport, solitamente ci lasciamo tentare da qualcosa che va al di là dei meriti sportivi quando un grande personaggio dello sport, come Cassius Clay, si eclissa: vogliamo ricordare il campione come simbolo di unicità umanistica perché ha utilizzato lo sport della boxe che praticava per combattere soprusi e violenze sulle persone che non avevano voce alcuna, gli umili e gli oppressi. Come facciamo a non rimanere basiti o infastiditi, di fronte alla sua scelta di non andare a combattere in Vietnam? Per quella scelta la boxe gli fu inibita e lui ovviamente sapeva a che cosa andava incontro e rispose a tutti con una frase sibillina sull’argomento che risuonava assai come uno sberleffo: “Non ho nulla contro i Vietcong, loro non mi hanno chiamato negro”. Ora Ali è morto. Per il mondo dei vivi non c’è più e la vita l’ha messo k.o in modo definitivo in un letto d’ospedale. Per noi sportivi, invece, rimane una leggenda e come tale un simbolo di pace e riscatto che nessuno può dimenticare.

fonte foto: MensiStoria

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