L’Italia dell’atletica non vince più

L’Italia dell’atletica non vince più

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L’articolo della rubrica storica del nostro blog, parte questa volta da una domanda, che vuole essere sia una curiosità, sia qualcosa di più, visto che siamo andati a trovare un «nostro» caro personaggio dello sport tiburtino, Orazio Romanzi, il quale ci aiuterà con la sua esperienza a raccontare lo stato di salute dell’atletica italiana, che ha vissuto grandi traguardi tra gli anni ottanta e novanta del novecento con i suoi atleti vincenti e che oggi, purtroppo non sono in grado più di far parlare il mondo sportivo come è stato in passato.Facciamo dunque un breve salto temporale e leggiamoci queste imprese e soprattutto questi nomi, per capire veramente che una volta la nazionale Italiana di atletica leggera era ed aveva qualcosa di straordinario.

Pietro Mennea, campione olimpico dei 200m piani a Mosca 1980, record europeo della specialità con il tempo di 19:72;
Alberto Cova, campione olimpico dei 10.000m piani ai giochi di Los Angeles nel 1984;
Gelindo Bordin, campione olimpico nella maratona nell’olimpiade di Seul del 1988 e del 1990. L’unico che ha vinto il titolo due volte in due olimpiadi. È stato il primo italiano a vincere la maratona olimpica;
Maurizio da Milano, campione olimpico di marcia nel 1980 durante l’olimpiade di Mosca;
Salvatore Antibo, vicecampione olimpico nell’olimpiade di Seul del 1988;
Andrea Benvenuti, campione europeo nella specialità degli 800m piani ad Helsinki nel 1994;
Francesco Panetta, campione del mondo dei 3000 siepi nel 1987 a Roma e campione d’Europa nella stessa disciplina nel 1990;
Stefano Baldini, campione olimpico di maratona nel 2004 e due volte campione europeo 1998 e 2006;
Gabriella Dorio, campionessa olimpica nei 1500m a Los Angeles nel 1994;
Sara Simeoni, campionessa olimpica nel salto in alto nell’olimpiade di Mosca del 1980 e seconda nel 1984 a Los Angeles

Nomi, imprese, leggende. Dopo questa lettura, gli sportivi sicuramente non faranno nessuna fatica a ricordarsi simili imprese. Troppo facile. Dici Mennea e dopo qualche secondo sei già in Messico. Lo vedi  sfrecciare sulla pista e fare il record. Facile a tal punto che chiunque può mettersi su Youtube e rivedere chi era questo fenomeno della corsa. Tuttavia, il nostro compito è quello di fare notizia e informazione e dunque entrare nel cuore del tema, cercare i motivi per cui non siamo più grandi corridori o sprinter, che dir si voglia e valorizzare oggi quello che abbiamo.

Chiediamo, a questo proposito, a Romanzi Orazio, attualmente consigliere regionale Fidal, fiduciario Coni di Tivoli e allenatore giovanile del centro sportivo della Guardia di Finanza delle Fiamme Gialle, come vede questo cambiamento, se così si può chiamare, nello sport dell’atletica nella nazionale Italiana.

D: Come mai, Orazio, la nazionale italiana di atletica leggera non vince più?
R:
Innanzi tutto sono cambiati i tempi. Prima eravamo all’avanguardia per quanto riguarda il bagaglio tecnico, con allenamenti, tempi e strategie, ora siamo un po’ a rincorrere le altre nazioni che sono cresciute enormemente dal punto di vista del lavoro tecnico e anche didattico nelle specialità’ dell’atletica.Nelle Nazioni dove prima l’atletica era poco praticata, ad esempio nei paesi sud africani o nelle varie isole sparse nel pacifico, vedi Giamaica e Cuba, va detto che le medaglie distribuite dall’atletica nelle grandi competizioni premia tutti i continenti senza avere una specificità’ geografica e questo fa si che il palmares dei pretendenti alla vittoria sia molto ampio. Ora si effettuano dei progetti scolastici a lungo raggio con obbiettivi volti a individuare talenti per poi lanciarli nell’attività agonistica seguiti da tecnici professionisti.

Il supporto dello stato e delle federazioni  è sempre presente ed agevola questo sviluppo degli atleti creando dei veri e propri centri di allenamento federali che permettono all’atleta di evolversi ed esprimersi ad alti livelli sin dai primi passi agonistici, mettendo a disposizione impiantistica e assistenza tecnica specializzata.

D: Quali potrebbero essere secondo te le motivazioni di questa situazione?

In Italia, invece, la situazione degli impianti è molto carente, non solo, ma quelli esistenti non sono adeguatamente gestiti per la pratica dell’atletica. Hanno un indirizzo quasi sempre polifunzionale dettato dalle esigenze di altri sport.La mancanza di spazi adeguati non favorisce la pratica spontanea di questo sport. Tutto questo può essere sintetizzato così, con una massima: “chi non pratica non conosce”. Non abbiamo progetti scolastici adeguati che favoriscono l’avvicinamento alla pratica dell’atletica leggera.                                                                                                                      

Quali strategie potrebbero essere messe in campo per recuperare qualche posizione.

Le strategie secondo me vanno suddivise in base alle attività e all’età evolutiva degli atleti, principianti o agonisti.Per prima cosa, allora, bisogna facilitare l’accesso agli impianti sportivi, con le giuste regole, acquisendo la mentalità’ della corretta disciplina sportiva insieme agli enti, le federazioni e le associazioni affiliate. Poi, cominciare a riproporre e a far conoscere nuovamente le specialità’ dell’atletica leggera, non sempre come modello di disciplina vincente come lo era in passato, ma come attività motoria di base per il futuro dei ragazzi, per fare in modo che la crescita sportiva e agonistica possa essere seguita a tutti i livelli con le giuste attenzioni tecniche e sociali.Sotto il profilo prettamente agonistico, invece, la problematica che emerge risulta essere quella degli allenatori che non riescono a condividere i saperi e quindi a mettere a disposizione le proprie esperienze.L’aggiornamento continuo e la possibilità di confrontarsi con altre realtà sportive anche internazionali, credo sia la soluzione migliore per rilanciare questa disciplina sportiva.

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